Crescere come leader: l’importanza della leadership empatica

Tra le diverse risorse che utilizzo per migliorare le mie competenze come coach c’è l’ascolto di ‘Coaching Real Leaders’, un podcast di Muriel Wilkins, una executive coach americana. Nei diversi episodi trovo sempre molti spunti di contenuto e di tecniche e, grazie a una delle ultime puntate, mi sono resa conto di cosa significhi concretamente esercitare una leadership empatica.

In quella puntata specifica, la cliente aveva come obiettivo la progettazione della sua futura posizione da leader ma non era sicura di cosa dovesse chiedere per raggiungere il successo che desiderava. Tutta la call è stata interessante ma nel punto in cui la cliente accenna a un’esperienza traumatica (dal minuto 14.17 al minuto 20.41) mi ha colpito particolarmente la reazione della Wilkins. Da ottima coach, infatti, non rivolge lo sguardo indietro per indagare quell’episodio, ma fa il movimento contrario: dopo aver lasciato tutto lo spazio alla cliente per manifestare le sue emozioni, sposta l’attenzione sul futuro con una domanda che riconosce quel trauma, ma non lo approfondisce. E mentre l’ascoltavo mi sono detta: “Ecco cosa significa esercitare l’empatia”.

Qual è la relazione tra empatia e leadership

Da diverso tempo l’empatia viene inserita come skill necessaria per i leader che devono affrontare un mondo del lavoro in continuo cambiamento.

La ragione per cui viene citata tra le competenze chiave è perché un leader è tanto più forte – nel senso di incisivo – quanto più forti sono le connessioni che riesce a creare con le sue persone. Perché questo accada i leader di oggi non hanno più bisogno delle caratteristiche riconosciute un tempo a chi rivestiva una posizione di comando, ma devono assumersi la responsabilità di creare il terreno perché le persone sviluppino il proprio potenziale e muovano l’azienda verso gli obiettivi desiderati.

Quindi, per creare connessioni forti, è necessario lavorare sulla fiducia reciproca e l’empatia è un elemento chiave per favorirla.

Il vero significato di empatia

Molto spesso la parola empatia viene confusa con gentilezza, compassione, trasporto emotivo. La maggior parte delle volte identifichiamo come atteggiamento empatico quello in cui, non solo lasciamo spazio all’emotività dell’altro, ma proviamo anche ad alleggerirlo da quella emozione. Confondiamo l’empatia con la simpatia (etimologicamente significa “partecipare ai sentimenti dei nostri simili”) quando pensiamo che il nostro ruolo sia quello di migliorare le cose, di minimizzare la sofferenza o il disagio in modo tale che pesi meno.

In realtà l’atteggiamento più empatico che possiamo avere consiste nel creare uno spazio sicuro perché una determinata emozione possa essere espressa, accolta, riconosciuta.

Se vogliamo identificare un’immagine per comprendere meglio di cosa si tratta, possiamo prendere ad esempio uno strumento a corde: l’empatia non è la corda che si mette a vibrare con la vibrazione delle altre, ma la cassa di risonanza che ne facilita il suono. 

A un leader, quindi, non viene chiesto di trovare una corrispondenza tra la sua esperienza e quella degli altri, quanto piuttosto di riconoscere, connettersi e lasciare spazio all’emozione alla base di quella esperienza.

Ostacoli alla leadership empatica

Nella maggior parte delle aziende, a leader e manager sono affidati ruoli gestionali e di controllo dei risultati piuttosto che ruoli relazionali e di potenziamento delle risorse. Questo sovraccarico da micro-managing rende quasi impossibile che un leader consideri l’empatia come una priorità. Se all’azienda sta a cuore, quindi, questo cambio di paradigma fondamentale per il coinvolgimento dei dipendenti, è indispensabile che ai leader venga esplicitata una nuova richiesta di responsabilità ma anche che vengano offerti strumenti per farsene carico.

L’altro ostacolo frequente sta nel concepire l’empatia come una capacità innata. Come Stregths Coach potrei sposare quest’idea dal momento che ‘Empathy’ è uno dei temi di talento identificati da Gallup e quindi inserito nelle predisposizioni naturali. Eppure c’è una sottile ma fondamentale differenza tra l’empatia come capacità acquisita e quella innata. L’empatia innata è una sorta di sesto senso che le persone di solito descrivono come “capacità di avvertire quello che non viene detto”. Le persone che hanno un tema empatico tra i loro talenti quando entrano in una stanza sono in grado di sentire se il clima è teso o rilassato, comprendono a pieno i sentimenti e le emozioni degli altri e per questo devono esercitarsi sempre a mettere confini per distinguere i propri sentimenti da quelli degli altri. Invece, l’empatia acquisita si può esercitare con la pratica.

Usare i talenti per sviluppare l’empatia

La prima cosa da fare è esercitarsi a guardare la realtà dalla prospettiva dell’altro. Questo passaggio può essere facilitato da un approfondimento sui talenti individuali. Guardare il mondo tenendo conto della prospettiva altrui vuol dire rispettare e includere nel nostro orizzonte di possibilità la visione altrui della realtà. Solo quando prospettive diverse sono incluse, rispettate e valorizzate allora possiamo davvero avere un quadro completo della realtà che abbiamo davanti.

Dal punto di vista professionale questo significa praticare costantemente il lavoro sul riconoscimento dei talenti dell’altro, sospendendo il giudizio. Se ci pensiamo bene, siamo soliti giudicare gli altri in aree in cui ci sentiamo suscettibili o per cui non ci sentiamo forti o sicuri. Lo facciamo per autodifesa, scaricando sugli altri un giudizio che in realtà ha più a che fare con noi che con loro. L’antidoto a questa posizione è di lavorare in modo costante alla consapevolezza di sé e del proprio valore. Questo è possibile con uno sguardo ai talenti e al loro sviluppo ma anche con un costante lavoro sull’attenzione verso noi stessi e verso gli altri.

Se pensi che l’empatia sia una skill necessaria per le tue competenze di leader, possiamo esercitarla insieme attraverso l’approccio Strengths Based

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