Che cosa ho imparato dal mio primo TED

Che cosa ho imparato dal mio primo TED

Vorrei poter dire che sono salita sul palco di un TED perché sono così brillante da rendere inevitabile la mia presenza ad un evento del genere. Purtroppo non è questo il caso.

Tu fai, poi le cose accadono

Sono salita sul palco del Tedx Salon di Torino perché da qualche tempo stavo lavorando ad un’idea con una collega. Per una serie di coincidenze l’idea è arrivata fino al licenziatario del Ted di Torino che ha ritenuto interessante la cosa e mi ha chiesto di portarla sul palco in un evento dedicato al mondo del lavoro. La dico così, terra-terra, per togliere quell’aura di “sogno americano” tipica dei Ted e per sottolineare che la maggior parte delle occasioni si presenta proprio così: quanto più ti dedichi con cura ad un’idea senza preoccuparti primariamente della sua diffusione, tanto più accadono sincronizzazioni inaspettate. Ero nel posto giusto al momento giusto, che nel mio caso significa semplicemente che mi stavo dedicando con passione ad un’idea senza preoccuparmi del “dopo”, lasciando alla vita la possibilità di creare le condizioni giuste per la sua diffusione.

Affrontare la banalità

Quando per la prima volta ho raccontato ad Enrico, il licenziatario del Ted di Torino, l’idea che avrei voluto portare sul palco mi ha detto “però così è banale. Non è per niente piacevole sentirsi dire queste parole, ma quella affermazione è stata per me la prima sfida da affrontare. Mi sono dovuta chiedere se credevo davvero in quello che desideravo diffondere e se era così dovevo ripulire i concetti di retorica e scontatezza. Quel “così è banale” è stato il richiamo costante a prendermi cura di quello che volevo dire, di come dirlo, di come lavorarci. Dentro a quelle parole c’era la spinta a non sminuire la mia idea, tutt’altro, a trovare una strada che la valorizzasse il più possibile.

Farsi affiancare

Sono sempre stata abituata a lavorare da sola ai miei contenuti, forse per ingenuità o presunzione. Ho sempre pensato infatti che il mio modo di dire le cose fosse adatto al mio messaggio. Mi sbagliavo. Il mio modo di dire le cose era adatto al mio pubblico, non al mio messaggio. Lavoro online e con la comunicazione da quasi un decennio, ma mi sono rivolta sempre ad un pubblico molto specifico. Un pubblico molto abituato al mio modo di dire le cose, all’utilizzo di certi termini e al mio modo di interpretarli. Questa volta davanti a me non ci sarebbe stato il mio pubblico, ma persone che non mi avevano mai ascoltata e che quindi mi avrebbero incontrata per la prima volta proprio attraverso il mio messaggio. Ecco perché avere a fianco Barbara, la coach del Ted che mi è stata affidata e far leggere il testo più volte a più persone diverse è stato fondamentale. Queste persone, come Enrico, hanno fatto soprattutto una cosa: chiedermi costantemente di rilavorare le mie parole perché il messaggio arrivasse a destinazione nella sua interezza. Avere il loro occhio esterno mi ha portata a destinazione con una sicurezza nuova e mi ha fatto capire ancora una volta quanto sia parziale la nostra visione delle cose e di noi stessi.

Smantellare la propria struttura

Ho scritto il testo del mio discorso 8 volte e ad ogni revisione ho dovuto fare delle scelte. Ogni nuova revisione significava scegliere cosa tenere e cosa tagliare fuori, ma sopratutto significava decidere cosa raccontare di me. Quando dico “raccontare di me” non intendo quali elementi biografici inserire ma come presentarmi agli altri attraverso il mio modo di comunicare. Le parole che scegliamo parlano di noi, non solo di come vediamo le cose ma di come vediamo noi stessi. Ho avuto una prima fase di profondo complesso di inferiorità che traspariva nel testo attraverso la scelta di un immaginario naif, molto sentimentale. Riscrivere ogni volta era decidere di essere non solo autrice di un testo ma autrice di me stessa. Per la prima volta nella mia vita professionale ho scelto di togliere dal mio vocabolario parole che sono sempre state “le mie parole” per trovarne di nuove, adatte a chi mi avrebbe ascoltato e più adatte alla professionista che volevo essere sul palco.
Ho smantellato pezzo per pezzo quello che sapevo di me per ricomporlo in una forma nuova.

Usare i propri talenti

Mentre preparavo il TED ho avuto un colloquio con un coach della mia scuola di formazione. Stavamo parlando dei miei obiettivi di breve termine e gli ho detto che dopo qualche mese avrei avuto quell’evento. La mia difficoltà nei mesi di preparazione è sempre stata quella di sapere con grande chiarezza che i miei talenti vanno in affaticamento quando è necessario esporsi al pubblico. Quello che però so e ho imparato in questi anni di formazione è che in ogni situazione “scomoda”, il lavoro da fare è capire come utilizzare i talenti che abbiamo a disposizione in modo strategico affinché ci portino a destinazione non rinunciando alla soddisfazione.
Abbiamo guardato insieme i miei talenti e ci siamo focalizzati su questi quattro:

  • Strategico – Offri nuove prospettive
  • Learner: studia e preparati molto bene
  • Belief: vai sul palco per portare quello in cui credi, non te stessa
  • Activator: vai sul palco per dare il via alla prospettiva che hai visto

Utilizzare intenzionalmente questi quattro (e lasciare da parte, ad esempio, l’introspezione o la necessità di stare in gruppi ristretti) mi ha aiutato a guidare il lavoro e le mie intenzioni. Mi sono ritrovata sul palco con sicurezza e senza la minima preoccupazione in merito ad un successo “esterno”.

Affrontare la paura

Nei mesi di preparazione mi tornava in mente una sola immagine: io sul palco al saggio di saxofono che ci metto 5 infiniti minuti per iniziare il pezzo che dovevo suonare. Il vero lavoro di questi mesi è stato prendere per mano quella Rita bambina e riaccompagnarla sul palco ricordandole che questa volta non doveva esibirsi, ma poteva essere una cassa di risonanza. Dovevo portare sul palco un messaggio, non me stessa, io ero solo un tramite. Certa di questo ruolo ho affrontato la paura e l’ho fatto in modo molto pratico: usando i miei talenti. Per 3 mesi ho ripetuto ogni sera il discorso, mi sono registrata per osservarmi gesticolare, mi sono lasciata correggere e guidare, ho rifinito, asciugato, ripulito tutto quello che non mi sembrava al servizio del messaggio, ho chiesto diversi pareri esterni (fidati) per essere certa che il messaggio fosse comprensibile e sono arrivata su quel palco pronta. Ecco, la paura per me si vince con la pratica e la consapevolezza della ragione per cui sto facendo quel passo.

Ritornare al proprio posto

Tornare a casa, a Tenerife, dopo il Ted è stato come rimettere ogni cosa al suo posto. Qui a Tenerife nessuno conosce il mio lavoro, neanche i nostri amici hanno ben capito cosa faccio e soprattutto nessuno dei miei contatti sa cosa sia un TED. Tornare e ricordarsi che in fondo il mio è solo un minuscolo contributo in mezzo ad un universo intero di possibilità è per me l’occasione per ridimensionare il mio ego, per ricordarmi chi sono, per riscoprirmi tutta intera.
Credo sia fondamentale questa possibilità di ridimensionare quello che possiamo pensare di noi perché se da una parte toglie pressione, dall’altra ti lascia libera dalla necessità di essere sempre all’altezza di quella performance. In un posto in cui nessuno dà per scontato di sapere chi sei, puoi avere tutto lo spazio per continuare ad essere chi vuoi.

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